Giornalisti pupazzetti del potere

Posted on 2 gennaio 2011

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disegno di diegomiedo

Uno dei più importanti giornalisti italiani mi aggredisce al termine della presentazione di un libro dicendomi a brutto muso: ma chi ti autorizza a dire queste cose di noi? Del suo giornale, della sua categoria. Colto di sorpresa, non ho la prontezza di spirito per rispondergli, semplicemente: «Il fatto che ti pago, che compro il tuo giornale», oppure, come diceva Giorgio Manganelli (e se non era lui va sempre bene): «Il solo potere che rimane a chi non ha potere è quello di criticare il potere». Lo dico chiaro: non amo il giornalismo italiano di questi anni, lo considero anzi il principale responsabile del disarmo morale e civile del paese. E se ci sono stati e ci sono singoli giornalisti stimabili, più che molti, non sono però loro che hanno contato, che sono riusciti a contrastare, nel loro settore, alcunché.

Perché in Italia non ci sono grandi giornali ancora notevolmente presenti, anche quando non del tutto indipendenti, come, per esempio, i francesi Le Monde o Libération? Credo che la risposta sia purtroppo semplice. Se non ci sono è perché, mentre i politici hanno ucciso quasi del tutto la società civile vedendo i suoi rappresentanti e leader come potenziali rivali del loro prestigio (e i più colpevoli di tutti, per la loro cultura, per le loro convinzioni più profonde, per la loro complicità nel “sistema” di potere vigente sono stati quelli che avrebbero dovuto comportarsi, dicendosi sinistra, con ben altra chiarezza e responsabilità), allo stesso modo i giornalisti hanno ucciso l’opinione pubblica sostituendosi a essa, credendo di poterne fare a meno, di poterla manipolare a piacere, e finendo per persuadere se stessi che, semplicemente, l’opinione pubblica sono loro, i giornalisti. Se altrove (e penso ai non amabili Usa) l’opinione pubblica è uno dei poli fondamentali del funzionamento di una società e i giornalisti fungono da mediatori tra l’opinione pubblica e la politica, in Italia l’opinione pubblica non esiste più da tempo perché il giornalismo (per prima la tv) è riuscito nel corso di questi ultimi vent’anni a sostituirla, ed così facendo a ucciderla.

Quando dico giornalisti intendo in particolare i giornalisti che contano davvero, e non sono molti. Sono una cinquantina e forse meno – tra amministratori, direttori e grandi firme, ottimamente pagati dai loro non ingenui finanziatori. Ma le “firme” sono molte di più, qualche migliaio di persone che si dicono e ci dicono ostinatamente e ipocritamente di essere indipendenti mentre dicono solo quel che i loro datori di lavoro accettano che essi dicano, scrupolosi nell’interpretarne anche i voleri più nascosti. L’assenza di un progetto alternativo al tipo di mondo che questi anni ci hanno consegnato – a quello che viene considerato “lo spirito del tempo”– è la loro unica giustificazione, ma di certo non han fatto molto perché un altro spirito del tempo nascesse, crescesse, si affermasse.

Questo è stato il loro pensiero: se le forze in campo determinanti (i poteri) sono sempre più loschi o laidi e questo è il loro unico gioco, dentro questo gioco soltanto si può trovare spazio e nutrimento, ma rinunciando a contare davvero a servizio dei cambiamenti reali e possibili, che non sempre sono evidenti. Hanno finito così, rapidamente, per non conoscere l’Italia ma soltanto la politica e cioè il potere, le manipolazione gli intrecci della politica e dei potenti (banche e padroni), finendo in sostanza per disprezzare la società poiché ne vedevano il peggio – quel che ne volevano vedere – hanno finito per accettarne il peggio e molti perfino per esaltarlo, invece di dar voce a quanto c’era in essa di meno evidente ma di più promettente. Hanno finito per abituarsi e per abituarci a un’idea della politica fatta di intrigo e di pettegolezzo, rendendo l’Italia un paese dal provincialismo esasperato, tremendamente ignorante di ciò che accade al suo interno e intorno a sé, qui e nel mondo (venti-trenta pagine di gossip e inciucio chiamati politico contro le due o tre di esteri, per esempio, nei nostri maggiori quotidiani…). L’accettazione dell’esistente ha voluto dire per i giornali l’accettazione della stupidità della politica e dell’arroganza del potere economico, ma con la presunzione di essere loro dei correttivi della politica (non della finanza), rivaleggiando con essa negli stessi linguaggi e a servizio degli stessi padroni. Niente affatto un quarto potere ma solo un pezzo dell’ingranaggio del potere economico e politico. Maggiordomi o lacchè e divi o divetti, pupazzetti mediatici capaci però di malinformare disinformare pubblicizzare. (E che stiano calando, come mi dice chi ne sa, le iscrizioni alle scuole di giornalismo, nella coscienza degli aspiranti che nei giornali si entra solo per legami di sangue o per estrema astuzia, mi pare un buon segno.)

Credendo di contare chissà quanto, disprezzando le potenzialità della realtà a vantaggio della cruda realtà dell’immediato e del potere, i giornalisti hanno finito per contare solo al negativo nell’evoluzione della nostra società, cioè nella sua involuzione. Ma, ripeto, il peggio è che essi hanno preteso di esser loro l’opinione pubblica invece di ascoltarla e di aiutarla a crescere e a contare. È questo un aspetto centrale dell’anomalia italiana e della nostra decadenza morale e civile. (goffredo fofi)

tratto da http://www.unita.it/commenti/goffredofofi, 30 dicembre 2010

 

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