Bill Viola, pittura in movimento

Posted on 3 gennaio 2011

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Sono sei le opere di Bill Viola in mostra a Capodimonte fino al 23 gennaio. Video-installazioni dell’artista newyorkese in occasione delle celebrazioni per i quattrocento anni dalla morte di Caravaggio. Artista americano, classe 1951, Viola passa per Firenze negli anni Settanta, lavora in tutto il mondo; Caravaggio, uomo del Seicento, lavora in giro per l’Italia, passa per Napoli. Un parallelismo è possibile? O è una trovata del museo? C’è un’identità di temi e questioni messe a fuoco che giustifica il raffronto? Utilizzando i mezzi del suo tempo − il video ad altissima definizione, la retroproiezione, la slow-motion, con una cura estrema della luce e del colore − Viola è a modo suo un pittore. Riesce a parlare al grande pubblico. Pone al centro della sua ricerca l’uomo e il dolore. La trascendenza, il passaggio tra vita e morte. Guarda alla pittura antica e cerca di aggiungerle quel movimento minimo che per secoli si è tentato di imprimere alla tela. Per suggerire la vita. Le sue opere indagano sentimenti elementari e universali. Appassionato studioso di misticismo orientale e occidentale, a modo suo tratta il sacro.

Quintet of astonished, del 2000, è la prima opera esposta alla sala Causa. E’ stato il primo lavoro sulle passioni. Evoca la composizione della pittura senza riprodurla. Un uomo piangente è al centro dell’immagine. Le espressioni di soddisfazione, di disappunto e di speranza sono sulle facce dei caratteri circostanti. Il fondo è neutro. Non c’è una storia, appena un video non tagliato proiettato per quindici minuti, in cui Viola esplora emozioni umane universali quali sofferenza, dolore, rabbia, paura e gioia nella loro trasformazione e nel passaggio dall’una all’altra. In Observance del 2002, una processione di persone viene avanti ad assistere a una terribile visione. Con un movimento lentissimo, quasi impercettibile, Viola trova una misura intermedia tra il quadro, la foto e il cinema. L’oggetto dello sguardo non è visibile. E’ questo che lo astrae dalla rappresentazione di un evento localizzato in un tempo e uno spazio. Mette a fuoco l’occhio del mondo. Se ci fosse una salma da andare a omaggiare sarebbe meno evidente il tentativo di universalità della visione e meno empatico lo sguardo del pubblico. Anche le panchine da cui si assiste alla proiezione sono illuminate, come a ribadire che l’oggetto della riflessione è lo sguardo. Raft è del 2004, e non è stata mai presentata in Italia. Forse l’opera più suggestiva di tutta la mostra. Un gruppo di diciannove personaggi viene improvvisamente colpito da due forti getti d’acqua provenienti da entrambi i lati dell’inquadratura. I getti sono talmente forti che alcuni personaggi cadono per terra immediatamente, mentre altri riescono a stento a restare in piedi. L’azione è stata registrata dal vivo ad alta velocità, ma si svolge al rallentatore per una durata di circa dieci minuti. L’acqua è l’elemento traumatico, la catastrofe da cui provare a rialzarsi. In Three women, del 2008, l’acqua ha una funzione diversa. Tre donne, presumibilmente una madre e le due figlie, attraversano una cortina d’acqua, e tornano indietro. Il passaggio del tempo, le generazioni che si avvicendano, la soglia della vita e della morte, l’attraversamento, il trapasso, sono i temi suggeriti dall’estrema semplicità della visione, dal movimento quasi ipnotico. In Ocean without a shore, presentato alla Biennale di Venezia del 2007, vediamo un giovane punk che avanza verso una parete invisibile d’acqua e luce, penetra nel mondo fisico, poi torna indietro; lo schermo video diventa un portale che permette il passaggio da e per il nostro mondo. Dopo essersi incarnati tutti gli esseri finiscono per rendersi conto che la loro presenza ha un limite e finiscono per tornare nel regno delle ombre − spiega la didascalia.

Che ci sia o meno un rimando a Caravaggio, un artista che attraverso il video guardi all’uomo e al mistero della sua emotività, senza raccontare storie e in maniera così essenziale; che cerchi un modo per affrontare temi che erano in passato appannaggio delle religioni, e una soluzione al dolore inserendolo nel movimento universale, è “sacrosanto”. (alessandra cutolo)

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