Napoli, rapina a mano armata

Posted on 6 gennaio 2011

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(disegno di giacomo nanni)

È clinicamente morto il giovane rapinatore ferito lunedì sera, a Napoli. Per effetto di questa situazione alle otto di stamani i sanitari dell’ospedale Loreto Mare di Napoli hanno avviato la procedura di accertamento della morte per Anthony F., il diciassettenne rapinatore rimasto ferito in un conflitto a fuoco nel corso dell’ irruzione, con un complice, in una tabaccheria del centro. Nell’esercizio commerciale si trovava un poliziotto libero dal servizio che è intervenuto sparando durante l’irruzione dei due e del quale la procura sta valutando la posizione.

Sono passate meno di 48 ore da quando il ragazzo è giunto lì, colpito dal proiettile di un agente fuori servizio intervenuto per sventare la rapina ai danni di un tabaccaio in via Cirillo. Anthony impugnava una pistola vera e ha esploso un colpo contro il cane del tabaccaio, un rotweiller, prima che il poliziotto intervenisse sparandogli. Nell’ospedale il dolore diventa rabbia. A osservare il gruppo di parenti e amici giovanissimi di Anthony c’è un reparto mobile della polizia e molti agenti in borghese. Davanti al corridoio della Rianimazione hanno tutti gli occhi gonfi dalle lacrime e dalla stanchezza.

Un piccolo esercito di persone entra ed esce dalla sala dove si trova Anthony. La madre, con i suoi capelli neri e il viso provato, fa capolino accompagnando altri familiari che voglio rivedere il figlio. La donna ha dovuto già piangere il marito Antonio, componente della banda del buco, ucciso da un carabiniere durante una rapina a Secondigliano nel ’99. Poi ha seppellito primogenito Ciro, assassinato nel 2009 perché non voleva affiliarsi al clan Contini. Ora si ritrova di nuovo davanti alla porta di un reparto d’urgenza e chiede di poter far passare chi vuole dare un bacio a suo figlio. Fuori gli amici, tutti giovanissimi, scalpitano. Vogliono raccontare la loro versione dei fatti chiedono giustizia, anche se chi è stato colpito era un rapinatore con una pistola carica in pugno e non ha esitato a sparare, sia pure contro un cane.

Il primo a parlare è il nonno Ciro Fontanarosa: «Mio nipote sarà stato coinvolto da qualcuno, trascinato da cattive compagnie perché, nonostante i suoi diciassettenne anni — racconta — ha sempre lavorato. Ha sempre lavorato. In pizzeria come cameriere, in un bar come garzone e poi ha fatto anche l’ambulante. Ha venduto calzini, biancheria intima. Non so perché sia successo tutto questo ma la famiglia è senza pace». Il bar, come raccontano anche gli amici, è l’Atlantic di corso Garibaldi che nella precedente gestione ha visto Anthony darsi da fare a tredici anni perché «a scuola proprio non voleva andare». Nonno Ciro chiede soltanto che venga fatta luce sulla dinamica della sparatoria: «Non metto in dubbio che mio nipote abbia sbagliato — ammette — ma so che gli hanno sparato alle spalle e chiedo quindi che venga fuori la verità». Una verità che non coincide con la versione ufficiale diffusa nella sera dagli investigatori e col referto medico che parla di una ferita alla regione occipitale.

A gridare giustizia sono anche i suoi compagni, anzi i suoi “fratelli”, come sottolinea uno di loro, in buona parte tutti minorenni. Parlano in coro con le facce sbarbate e se la prendono con lo Stato, la polizia e la stampa: «Perché non dite la verità? – chiedono – Anthony ha ricevuto un colpo dietro la nuca e poi gli è uscito dalla fronte. Ha sparato al cane solo perché gli è saltato addosso e ha avuto paura. E poi perché quel poliziotto è intervenuto così? Ora lo trattano da eroe, ma se fosse successo il contrario? Avrebbero invocato l’ergastolo». Descrivono l’intenzione dell’amico di rapinare un tabaccaio pistola in pugno come «una sbandata, perché dopo la morte del fratello Ciro, Anthony aveva perso il papà». Ed è, infine, il nonno Ciro che racconta quel passato tragico, il destino di una famiglia segnato da tre morti: «Prima ho perso mio figlio, poi il fratello maggiore di Anthony, il primogenito che portava il mio stesso nome, un anno e mezzo fa e adesso mio nipote è in coma. In questa città per gente come noi non c’è più speranza. Si muore e basta». (giuseppe manzo)

articolo tratto da http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/ napoli, 5 gennaio 2011

disegno tratto da  http://www.ilpost.it/giacomonanni /2011/01/06/langiografia/

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Posted in: attualità