Algeria in rivolta, enigmi e domande

Posted on 11 gennaio 2011

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(foto di stefano esposito)

In questi giorni le agenzie internazionali hanno tirato fuori il Nord Africa dal dimenticatoio mediatico in cui era immersa da quando è finita la sanguinaria guerra civile in Algeria. Nella prima pagina di tutte le agenzie e di tutti i giornali internazionali campeggiano notizie sulle sommosse. Ma cosa succede in Algeria? E che lettura politica se ne può fare? Per mostrare questa impreparazione a parlare della zona basta citare il fatto che nei media italiani, come esperto, l’Ansa non ha trovato di meglio che intervistare il sempiterno Tahar Ben Jalloun, che ha dichiarato: «Se gli algerini e i tunisini continuano a essere stretti nella morsa di regimi totalitari, se in questi giorni la rabbia dei giovani senza speranze nel futuro sta esplodendo nelle strade da una parte all’altra dei due paesi maghrebini, lasciando sul terreno morti e feriti, è colpa anche dell’Italia e della Francia, che da anni continuano a ignorare le violazioni delle libertà più elementari, l’indigenza delle popolazioni, pur di fare affari con Tunisi e Algeri, dove la democrazia non è certo di casa. (…) Come peraltro nell’ Egitto di Mubarak, nell’Iraq, nella Siria di El Assad, o in Cina».

Certo che lo scrittore marocchino, che da sempre è stato considerato privo di spessore politico, negli ultimi anni si sta svelando un intellettuale molto impegnato! Impegnato a ripulire con la lingua le parti posteriori del titolare del trono di Rabat, però. Questo non perché ciò che dice dell’Algeria e della Tunisia sia completamente infondato, anzi… Ma perché, stranamente, ha dimenticato di nominare anche il Marocco tra le dittature amiche alle quali vengono perdonati crimini, saccheggi e violazioni dei diritti a spese dei rispettivi popoli.

Ma cosa succede in Algeria, esattamente? Nessuno lo sa. La situazione algerina, credo, è un enigma anche per chi la domina e usa mille sotterfugi e manipolazioni per tenere le redini del potere.

La natura del potere algerino non ha, come in Libia, in Tunisia o in Marocco, il classico schema delle dittature arabe con una figura forte alla testa, lo Zaim, e una classe mafiosa, violenta, corrotta e corruttrice, intorno a lui, in uno schema piramidale quasi perfetto. Il potere algerino è una geometria molto complessa fatta di un misto di poteri militari, politici, economici, di false legittimità storico-rivoluzionarie e di vere legittimità “claniche” costruite intorno ad appartenenze geografiche, all’appartenenza a una confraternita religiosa, a un gruppo di famiglie alleate tra loro, o, come nel caso di molti generali, tra quelli che misero il paese a ferro e a fuoco negli anni Novanta, all’adesione a un piano comune di presa di potere, spesso sostenuto da qualche potenza internazionale.

L’equilibrio tra queste forze tiene quando c’è un polo forte e ricchezze sufficienti da spartirsi. Dal 1999, anno di ritorno dell’attuale presidente dal suo esilio dorato nei paesi del Golfo, a oggi, il sistema ha tenuto grazie a un accordo conveniente per tutti, al consenso internazionale intorno alla persona di Bouteflika, e soprattutto grazie alle enormi rendite del petrolio. Oggi, in questa ennesima protesta detta “del pane”, cos’è che non funziona più? Cos’è che si è rotto nell’ingranaggio del potere algerino?

Sicuramente, la causa non è la crisi economica. Gli effetti della crisi mondiale hanno toccato pochissimo l’Algeria. Il prezzo del petrolio, prima fonte di reddito del paese, è arrivato a prezzi mai sognati in passato. Lo stato algerino non è mai stato così ricco, come in questi anni. Il governo ha negli ultimi dieci anni cancellato definitivamente il suo debito internazionale e ha ancora le casse strapiene di soldi.

Certo che i rialzi dei prezzi sono una causa scatenante. I rialzi improvvisi dei prezzi di alcuni generi di prima necessità sono dovuti alla speculazione e non agli aumenti improvvisi sul mercato internazionale. L’Algeria non è come la Tunisia, dove il commercio è completamente in mano privata e dove ogni rialzo su livello internazionale ha effetti diretti sul mercato locale. Il mercato algerino degli alimenti di prima necessità è fortemente regolato dallo stato. Riminiscenza dell’era socialista, i prezzi dei cibi di prima necessità in Algeria sono protetti. Il pane e il latte, soprattutto. Ma anche l’olio e lo zucchero, i prodotti che hanno causato l’infiammata di questi giorni.

Le penurie, però, sul mercato algerino sono un fenomeno endemico. Utilizzate per speculare e fare soldi o per creare tensioni sociali. Altro fenomeno endemico nella società algerina è sicuramente la sommossa. Dalla prima insurrezione post-indipendenza della Cabilia nel 1980, ci sono stati periodicamente sollevamenti popolari. Addirittura, dal 2001 al 2010, le sommosse popolari sono state decine ogni anno.

Le penurie in Algeria sono endemiche così come lo sono le sommosse… Ma allora è tutto normale quello che succede? No. Non è normale, per vari motivi. Ne cito due, che considero principali. Il primo è la contemporaneità con la Tunisia. Il secondo è l’interesse dato dalla stampa internazionale a entrambe le rivolte.

Cominciamo con il primo punto. Come detto prima il sistema tunisino non è come quello algerino. Si basa sulla figura del leader assoluto e su un rigido controllo poliziesco del territorio. Le sommosse non fanno parte del costume politico tunisino. In Tunisia si rischiano pesantissime pene di prigione solo per aver aperto un sito sbagliato su Internet (leggere per esempio il caso dei “giovani di Zarzis” sul rapporto di Amnesty International del 2007). Le proteste in Tunisia sono rare, rarissime. Quando ci sono, sono sinonimo di grande crisi sociale, ma anche di grande debolezza del sistema politico poliziesco. Qualcosa si sta muovendo.

Poi di strano c’è la contemporaneità. Finora non ci sono mai stati fenomeni di contagio tra i due paesi. Le proteste nei paesi del Maghreb sono sempre state isolate. La seconda anomalia è la copertura data alle sommosse sia in Algeria che in Tunisia dai media internazionali. Non è sempre così! Ci sono state tantissime rivolte popolari ignorate dai media nel passato.

Quanti di noi hanno sentito parlare delle insurrezioni della Cabilia dal 2001 al 2004, in Algeria? Pochissimi. I network internazionali hanno completamente ignorato l’evento. Stessa cosa per le rivolte dei minatori nel bacino minerario di Gafsa e Radayef in Tunisia tra il 2008 e il 2009. Silenzio totale. Perché allora queste?

Sia la diffusione veloce delle violenze, sia la copertura ampia da parte dei network internazionali, sono, secondo me, segno del fatto che, sia internamente che esternamente, c’è un accordo per un cambiamento. Se si facesse il parrallelo anche con il caso della Costa d’Avorio, si potrebbe dedurre che in Africa le potenze occidentali hanno deciso di giocare insieme e non più una contro l’altra. In un tentativo di limitare l’occupazione da parte della potenza cinese di terreni di caccia che una volta erano riservati all’occidente.

Cambio di strategia che vuol dire anche riorganizzazione dei poteri locali, ridistribuzione del potere tra le mani dei vari alleati interni. Cosa che come ogni ridistribuzione di potere non può avvenire senza violenza e senza legittimità popolare, vera o finta che sia.

Quindi non ci resta che aspettare per capire cosa porteranno queste sommosse. Quelle del 1988 portarono la fine del socialismo, aprendo alla borghesia di stato la via dell’investimento privato. La guerra civile segnò la fine del monopolio di stato sulle riserve d’energia. Ora forse arriverà una nuova coalizione, ultra liberale, sicuramente, islamista moderata, probabilmente… ugualmente sostenuta dalle varie potenze occidentali. (karim metref)

tratto da http://karim-metref.over-blog.org/

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Posted in: attualità, mondo