Una lettera dalla Tunisia

Posted on 22 gennaio 2011

0


 

(foto di stefano esposito)

Cari amici,

innanzitutto voglio ringraziare tutti quelli tra voi che mi hanno inviato messaggi e si sono preoccupati per me. Io sto bene così come tutta la mia famiglia. L’importante è sapere cosa accade in Tunisia. Vi esporrò la situazione domandandovi di aiutarci in merito a un problema cruciale.

La rivoluzione dei gelsomini è stata avviata e condotta dai giovani. Le forze politiche cercano di inseguirla; gli intellettuali, compreso me, sono storditi da un evento che non avrebbero potuto immaginare neanche nel migliore dei sogni. Di giorno, i giovani investono pacificamente le periferie delle città rivendicando con chiarezza e coraggio un cambiamento reale e non solo di facciata. Di notte invece le milizie, approfittando del coprifuoco e della complicità delle forze dell’ordine, investono i quartieri residenziali, terrorizzano la gente, saccheggiano, impediscono ai cittadini di dormire per condurli fino all’esaurimento. In tal modo vogliono spingere la popolazione ad accettare ambigui compromessi.

Dei comitati di quartiere si sono formati ovunque e sono i cittadini stessi che garantiscono la propria sicurezza. Ovunque la popolazione è esasperata, ma nessuno vuole cedere a questo ricatto. Ci impediscono di dormire, intervenendo in momenti diversi della notte, lanciando minacce. «Avete lasciato il vostro buon presidente, adesso avrete a che fare con noi», ha urlato uno di loro sotto la mia finestra.

Se la giornata del 14 gennaio sarà ricordata negli annali della Tunisia come una delle pagine più belle della sua storia, la notte tra il 14 e il 15 gennaio è stata certamente la più drammatica che i tunisini abbiano vissuto negli ultimi cinquanta anni. I miliziani non si sono più accontentati di minacciare e saccheggiare all’esterno, ma hanno forzato le porte delle case, esercitando le peggiori atrocità contro cittadini indifesi. In effetti, prima di scappare vigliaccamente dal paese, Ben Alì e i suoi familiari hanno lasciato armi e automobili ai loro miliziani più fedeli. I comitati di quartiere si sono ritrovati spesso davanti a criminali armati. Bisogna rendere omaggio all’esercito che, verso le due del mattino, è intervenuto, molto lentamente e con estrema difficoltà, per garantire la sicurezza in molti quartieri.

Altra cosa che ha attirato la mia intenzione: queste milizie hanno sistematicamente preso di mira le panetterie, le farmacie, i supermercati e i piccoli negozi di alimentari, saccheggiandoli e incendiandoli. La situazione era già complicata poiché era difficile trovare pane, latte o medicinali. Ma le cose rischiano di aggravarsi. A mio parere vogliono usare la minaccia di una carestia e infiammare i quartieri popolari. Perché se certi cittadini hanno fatto provviste sufficienti, la gente più modesta non avrà i mezzi per pagarsi grandi spese. Delle testimonianze segnalano che in certi quartieri gli abitanti hanno cominciato a rubare e saccheggiare per necessità. Un’altra testimonianza mi segnala che le milizie hanno bloccato da giorni la vendita all’ingrosso, impedendo ai commercianti di approvvigionarsi. La situazione della sicurezza dissuade i camionisti dal consegnare la merce tra le città. Può essere che tutto questo sarà risolto in qualche ora, con il previsto annuncio del governo di unità nazionale. Ma è anche possibile che questo stato di cose durerà più tempo; in questo caso, c’è una seria minaccia sui quartieri popolari. La mia idea è che dobbiamo iniziare a riflettere sulla possibilità di fare appello ad associazioni specializzate nella gestione di questo genere di crisi e ricevere aiuti dall’estero, come accade nei casi di catastrofi naturali.

Ma torniamo all’aspetto “politico” della situazione. La maggior parte dei leader dell’opposizione aveva accettato la proposta di Ben Alì di restare al potere fino al 2014, in cambio della promessa di non presentarsi nuovamente alla candidatura suprema e di formare un governo di unità nazionale. La Francia ha dato il suo sostegno a questo scenario. Tutto questo senza tener conto della determinazione dei giovani tunisini che si sono mobilitati per chiedere la destituzione di Ben Alì e che tutta la sua famiglia sia giudicata da un tribunale. Poi Ben Alì ha deciso di scappare, non senza aver dato l’ordine di massacrare i giovani che manifestavano pacificamente davanti al ministero degli interni. Il resto l’avete seguito su tutti i canali delle televisioni del mondo.

Dopo questi avvenimenti, è stato dichiarato lo stato d’eccezione in virtù dell’articolo 56 della Costituzione tunisina. Quello che noi vogliamo adesso è di passare all’articolo 57. Non si tratta di una questione formale: l’articolo 56 si applica nei casi di assenza temporanea del potere. Esso permette dunque, almeno in teoria, il ritorno di Ben Alì; preserva soprattutto la sua immunità di presidente per un po’ di tempo, permettendogli di beneficiare di una pausa per negoziare una partenza serena verso le sue proprietà in Argentina. In virtù dell’articolo 56 il primo ministro diventa presidente ad interim; adesso i tunisini hanno paura di cadere in un “7 novembre bis”, vale a dire in ciò che Ben Alì aveva fatto il 7 novembre 1987: da un interim, è passato a un governo che è durato ventitre anni.

L’articolo 57 prevede un passaggio del potere definitivo, il primo ministro uscente sarà responsabile semplicemente di gestire gli affari correnti in attesa delle elezioni. La presidenza ad interim sarà assicurata in questo caso dal presidente dell’assemblea nazionale (che tra l’altro è molto anziano e non potrà restare molto tempo al potere). Non è escluso che il trauma che le milizie hanno inflitto al popolo nella notte, avesse come obiettivo quello di dissuadere da questa rivendicazione. In ogni caso, ho notato che nei media benalisti, i giornalisti miliziani convertiti subito in maestri di pensiero rivoluzionario non smettono di martellare dicendo che non si tratta altro che di un problema formale e che la cosa più importante è ristabilire l’ordine pubblico.

Alla fine del regno di Bourguiba ho vissuto il trauma di una transizione agitata del potere che è durata molti anni. Oggi vivo lo stesso incubo una seconda volta. Non vorrei riviverlo e non vorrei che mia figlia lo subisca. Bisogna assolutamente regolare i problemi sin dall’inizio su delle chiare basi giuridiche, indipendentemente dalle buone intenzioni cui potrebbero prestarsi gli uni e gli altri. Mia figlia piccola ha pianto il primo giorno al sentire il rumore intimidatorio fuori dalla nostra finestra. Successivamente, ha alzato la voce con il tono di una maestra di scuola minacciando i miliziani di punirli. Lei ha imparato rapidamente a non aver paura. È stata la prima manifestazione di coscienza politica per una bambina di cinque anni!

È nata una nuova generazione in Tunisia, si sente libera e audace. Io rendo onore a tutti i giovani che hanno portato avanti queste rivolte. Mi inchino alla memoria degli eroi che si sono sacrificati per far trionfare la causa della libertà e della dignità, a cominciare dal rimpianto Mohamed Bouazizi che, sentendo l’ingiustizia varcare la soglia dell’insopportabile, si è immolato nel fuoco piuttosto che esercitare la violenza sugli altri. Il povero e giovane venditore ambulante ha battuto il potente e miliardario dittatore. Io sono persuaso che la nuova generazione farà meglio di noi in materia di libertà. Bisogna ascoltarli ed essere all’altezza dei loro sacrifici. La sfida non è quella di sbarazzarsi di un uomo ma di un sistema. La libertà ha un prezzo e noi siamo disposti a pagarlo. Contiamo sull’appoggio dei nostri compagni. (mohamed haddad, titolare della cattedra Unesco di studi delle religioni comparate  all’Università di Tunisi. Traduzione di andrea bottalico)

https://sites.google.com/site/profhaddad/

Annunci
Posted in: mondo