Reguera, per le strade di Madrid

Posted on 26 gennaio 2011

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(foto di carola pagani)

Ho conosciuto Enrique Martínez Reguera a Valencia. In una sala parrocchiale alla periferia della città erano previsti tre giorni di riflessione e dibattito sui centri di tutela per minori nello stato spagnolo. “I bambini in pericolo non sono pericolosi”, era il titolo delle giornate. Reguera teneva la relazione d’apertura. Un signore distinto, sui settanta anni, con l’aria da professore in pensione, la barba grigia, gli occhiali dalla montatura squadrata e la cravatta sotto il cardigan abbottonato. Nella sala c’erano duecento persone venute da tutta la Spagna, molti giovani operatori sociali, impegnati in qualche esperimento pedagogico di quartiere o in aperta campagna, in un centro sociale o nei collettivi di appoggio ai minori, ma anche con esperienze nel circuito ufficiale, testimoni della routine carceraria dei centros cerrados o educatori nei centri di accoglienza gestiti dalle grandi cooperative di servizi.

Non era la prima volta che Reguera dialogava con questo uditorio. Lo psicologo che ha scritto Pedagogia para maleducados e contribuito a fondare la Coordinadora de barrios e la Escuela de marginacion di Madrid, collaborava da tempo con i gruppi alternativi di intervento sociale. Lo invitavano alle loro riunioni, leggevano i suoi libri, ne cercavano il parere e l’appoggio. Assemblee come questa erano appuntamenti periodici. Servivano per ritrovarsi, scambiare risorse e informazioni, ascoltare qualcuno che con le parole mettesse nell’approssimazione di strategie nate spesso nell’emergenza; qualcuno che con la sua tranquilla indignazione rincuorasse per la scarsità dei mezzi e l’isolamento, e con la pazienza placasse la rabbia e la rendesse utile.

Qualche tempo dopo andai a visitarlo a Madrid. Mi ricevette in un appartamento al piano terra di un’anonima palazzina, in un quartiere residenziale della città, nello studio in cui esercitava la professione di psicologo, il suo mestiere ufficiale, prima di intraprendere la lunga esperienza di educatore e pedagogo. Lavorava come psicologo già trentatre anni prima, quando decise di trasferirsi alla periferia sud di Madrid, nel quartiere della Celsa, all’inizio degli anni Settanta. Quel posto adesso non esiste più. «L’ottanta per cento degli abitanti erano gitani – cominciò a raccontare –. Gli altri formavano un assortimento di diversi tipi di marginali. Nel quartiere c’era una scuola pubblica, una parrocchia e un asilo. Offrii la mia collaborazione alla scuola. All’epoca lavoravo per l’università, ma ci restai ancora per poco. I bambini non avevano casa, vestiti, né alimentazione adeguata. Bisognava entrare in contatto con le famiglie. I primi tempi nessuno si fidava di me. Un po’ alla volta cominciarono a farmi entrare nelle case. Mi invitavano ai matrimoni, ai battesimi, alle feste. Entrai in confidenza con molti gitani. Nella discarica vicino al quartiere i bambini raccoglievano metallo da vendere e residui organici per alimentare i maiali. Le famiglie vivevano in condizioni dure, ma avevano diversi mezzi di sostentamento: la vendita ambulante, la fabbricazione di ceste, la raccolta di vecchi mobili che vendevano fuori dal quartiere. Nessuno consumava droga. Negli anni Settanta mancavano molte cose, ma non ci rendevamo conto delle ricchezze di cui disponevamo. Tutti i bambini avevano una famiglia molto ampia, quasi una tribù. I vicini li proteggevano dalla polizia. I genitori e i nonni inculcavano ai piccoli le loro credenze e i loro costumi. Vivevano isolati dal resto della popolazione. Tutto il quartiere metteva in guardia i bambini, che facessero molta attenzione con i payos, i non gitani».

Reguera decise di prendere in affitto un appartamento nel quartiere. Da qui, i ragazzi più preparati provavano a integrarsi nelle scuole della città. Nonostante la maggior parte dei gitani diffidasse del suo ambiente, alcune famiglie accettarono di affidargli i propri figli. «Nel nostro appartamento eravamo sempre in tre – continuò Reguera –. Se i bambini avevano famiglia preferivamo che dormissero in casa loro. Facevamo in modo che non perdessero i legami con il proprio ambiente. Da noi venivano per studiare, o prima di andare al lavoro. Ottenemmo qualche sovvenzione e, sull’esempio della prima, aprimmo altre case. In questo modo nacquero i “centri di appoggio”. Con l’aiuto di alcuni giovani avvocati, i centri si specializzarono nell’aiuto in tribunale. Cercavamo di avere sempre tre fonti di finanziamento. Noi avevamo i nostri lavori, e se ci avanzava denaro lo investivamo. Era importante far capire ai bambini che non vivevamo sulle loro spalle. La seconda fonte erano le sovvenzioni dello stato. I contributi volontari erano la terza. Si davano conferenze in scuole e parrocchie, affinché la gente conoscesse il nostro progetto. Questo periodo ci sembrava durissimo, ma in realtà era un paradiso. Disponevamo di un po’ di soldi ed eravamo ben accetti da tutti».

Alla fine degli anni Ottanta apparvero le droghe. Il traffico a Madrid cominciò in quei quartieri. «Non per caso», faceva notare Reguera. La gente cominciò a vivere della droga. Ma quelli che vendevano, cominciarono anche a consumare. «Con le droghe cambiarono completamente i nostri obiettivi. Non dovevamo più preoccuparci delle necessità materiali dei ragazzi, ma difenderli dalle droghe. Le relazioni tra noi e loro non erano mai state conflittuali. Nei dieci anni che seguirono si fecero molto difficili. Non gli interessava più il nostro appoggio. Quel che gli interessava era procurarsi i soldi per comprare la droga. Quasi tutti si misero a rubare».

La droga distruggeva le famiglie, ma allo stesso tempo permetteva loro di arricchirsi. Molti andarono via dal quartiere. Quelli che continuavano a vivere del riciclaggio stentavano a sopravvivere. Il comune incaricò della nettezza urbana un’impresa privata. Si modernizzarono i servizi e molti restarono senza lavoro. I venditori ambulanti andavano nei paesi intorno a Madrid dove c’era meno polizia. Da commercianti onesti cominciarono a essere considerati delinquenti.

In quel periodo la Coordinadora de barrios cominciò a denunciare che la polizia proteggeva il commercio di droga. «In tre anni localizzammo centoventi punti di spaccio, quasi tutti ufficiali, tollerati dalla polizia. Facemmo una denuncia in tribunale, ma non ci diedero retta. Allora andammo in consiglio comunale. Fecero finta di niente. Sulla stampa non si prestavano a pubblicare articoli. Così organizzammo la prima manifestazione contro la droga che ci fu a Madrid. Parteciparono diecimila persone. Sul momento ebbe un forte impatto, questo sì che uscì sui giornali. Ma a partire da allora ci negarono le sovvenzioni. Una delle tre fonti di finanziamento scomparve. Altre istituzioni, e anche semplici cittadini, quando videro che lo stato ci rifiutava le sovvenzioni, ritirarono anche le loro. Fu un’epoca di crisi totale. I ragazzi ci morivano tra le braccia. In un mese presenziai a dieci funerali. In un mese. I morti avevano tra i tredici e i diciassette anni. Quando i ragazzi non morivano per overdose, era in un inseguimento con la polizia, oppure di AIDS. Da un certo punto in poi quasi tutti cominciarono a morire di AIDS. La nostra azione si ridusse di molto, da sette appartamenti ce ne rimasero tre. Dei centri di appoggio ne rimase uno solo. Ormai non dovevamo più preoccuparci se i ragazzi mangiavano o no, se avevano un tetto oppure no. Quel che facevamo era tirarli fuori dai commissariati, dal carcere, dai tribunali. E stargli vicino quando morivano. In certi quartieri due generazioni sono scomparse in questo modo».

All’inizio degli anni Novanta si ridusse il numero dei consumatori di eroina e cambiò la legislazione sull’infanzia. Ci vollero tre o quattro anni. Da allora chi vuole entrare in contatto con i minori d’età deve firmare una convenzione con le istituzioni di tutela. C’è un organismo in ogni comunità autonoma (le nostre regioni, ndr), che esercita il monopolio della tutela ed è l’unico responsabile dei bambini a rischio. Ed è chi stabilisce cos’è il rischio. Ha un potere assoluto. I ragazzi che sottraggono alle famiglie li mettono in centri gestiti da queste imprese che se ne occupano adesso. In pochi anni ne sono nate a decine. A volte sono imprese di pulizia, o di sicurezza privata, che prendono in carico anche centri di tutela. Nel frattempo agli altri gruppi si proibisce di lavorare se non firmano la convenzione. Noi siamo gruppi piccolissimi, insignificanti. Cerchiamo di stare al fianco dei cittadini perché sappiano difendersi, aiutarsi a vicenda. Siamo pochi, però abbiamo molta forza simbolica. Ci chiamano da tutta la Spagna per capire come riusciamo a lavorare pur non avendo accettato la convenzione. In effetti, l’amministrazione detiene il monopolio delle relazioni con i minori. Non lascia crescere chi se ne occupa spontaneamente. Noi riusciamo a farlo perché in vent’anni abbiamo costruito una rete. E troviamo sempre nuovi alleati: assistenti sociali, giudici, procuratori. Tutti ci aiutano di nascosto, altrimenti verrebbero immediatamente cacciati».

In un quartiere di Madrid che si chiama San Fermin c’è un’officina meccanica. Negli ultimi anni i suoi locali si sono riempiti di adolescenti irregolari, sin papeles, di gitani e di giovani scappati dalle istituzioni di tutela o dalla scuola. Nell’officina i ragazzi imparano a montare e smontare le moto, ne vendono i pezzi oppure le riciclano, rivendendole dopo averle aggiustate. «All’inizio i ragazzi scappavano dal riformatorio e venivano qui. Alcuni giudici e ispettori di scuola erano d’accordo con i nostri metodi e ci lasciavano fare. Adesso abbiamo anche psicologi e avvocati. Così quando lo stato vuole intervenire possiamo dire che c’è già qualcuno che se ne occupa. Quel che facevamo noi con gli appartamenti lo sta ripetendo Iñigo, la persona che ha messo in piedi l’officina meccanica. Qui veniamo a sapere molte cose dai ragazzi e siamo passati all’attacco. Denunciamo tutti i delitti che si commettono contro di loro. Questo ci ha dato un grande prestigio nei quartieri. L’anno scorso abbiamo portato in tribunale per tre volte l’istituto madrileno di tutela. In tutti i casi hanno dovuto riconoscere che avevamo ragione. Siamo riusciti a far verificare gli abusi in un centro di accoglienza alla periferia di Madrid. Il centro apparteneva a Diagrama, l’impresa che in tutta la Spagna si aggiudica decine di appalti di gestione. L’istituto di tutela è stato costretto a chiuderlo il giorno seguente. In questo centro c’era una specie di sgabuzzino dove i ragazzi venivano chiusi per ore, legati su una branda con il nastro da imballaggio. Alcuni si facevano pipì addosso, non li lasciavano nemmeno andare in bagno».

Enrique Reguera ha dedicato trent’anni della sua vita all’emancipazione dei giovani emarginati. Aveva cominciato da solo, spinto dall’urgenza e dalla curiosità. In seguito si sono formati dei gruppi, che hanno utilizzato gli strumenti di volta in volta necessari e possibili, dagli appartamenti ai centri d’appoggio, fino all’officina di Iñigo a San Fermin. Dalla comunione delle idee, oltre che dal bisogno di difenderle, sono nate una scuola di formazione, una rivista, Canijin, la casa editrice Quilombo, una quantità di testi, opuscoli e conferenze. Nei suoi saggi Reguera mescola l’analisi delle politiche educative alla narrazione di esperienze concrete. Il suo percorso è un’opera di progressivo avvicinamento alla gioventù emarginata, attraverso la convivenza quotidiana e l’azione in comune. «Ci hanno detto che tutti devono essere professionisti. Invece no. Bisogna ottenere la preparazione di un professionista, ma senza diventarlo. Bisogna coltivare piuttosto l’implicazione personale. Questo non è un affare istituzionale, né di psicologi, né di sociologi. È un affare di persone che condividono spazi personali. Non bisogna cadere nell’inganno delle istituzioni o delle imprese sociali: ti pago e quindi posso comandarti qualsiasi cosa. Bisogna implicarsi direttamente, come persona, non come professionista. Quel che conta è l’immediatezza personale. I loro conflitti devono riguardarmi, in modo che debba interessare anche a me di risolverli. Noi cerchiamo di abbattere la barriera del professionista che va lì e li aiuta. Se il ragazzo ha un problema, anch’io ho un problema. E se ho dei privilegi, in qualche modo devo renderlo partecipe dei miei privilegi. Se ti impegni con i ragazzi marginali puoi diventare vittima della loro stessa marginalità. A volte corriamo il rischio di stargli troppo vicino, per questo è importante che non sia mai un affare individuale, ma sempre di gruppo. Non possiamo prendere partito per la loro delinquenza, né metterci assolutamente contro di essa. Bisogna tenere un perfetto equilibrio. Stare dalla parte della loro delinquenza di sopravvivenza, di autodifesa, del diritto a lottare per la vita. Però non con la delinquenza che si organizza come mafia e che vive sfruttando altra gente. In questo siamo molto chiari con loro. Non stiamo con lo stato, che non rispetta il loro diritto a sopravvivere, ma nemmeno con la mafia.

«Trent’anni fa il muro era tra ricchi e poveri. Io ero di quelli che vivono bene e loro di quelli che vivono male. Mi accettarono nel quartiere, ma in dieci anni non riuscii a rompere questa barriera. Poi cominciò a diffondersi la droga e la nostra vicinanza aumentò. Ma quelli come me facevano parte della società che li stava annichilendo. Noi continuavamo a vivere bene. Loro vivevano ogni giorno peggio… Nella seconda fase la differenza era tra chi moriva e chi continuava a vivere. Negli ultimi anni l’amministrazione comincia ad attaccarci. Anche i trafficanti vanno contro di noi. In un certo senso, agli occhi dei ragazzi siamo passati alla clandestinità, siamo diventati come loro. In questa terza fase esiste una grande compenetrazione. C’è sempre il muro della povertà, però stiamo rischiando abbastanza per loro e sentiamo che ce ne sono grati. Possono aver fiducia, non ci siamo convertiti in una delle tante imprese che vivono del loro disagio. Adesso, nel quartiere di San Fermin, Iñigo è molto più importante del sindaco. C’è un sindaco dello stato e uno clandestino. Quello clandestino è Iñigo». (luca rossomando)

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