Impregilo, le udienze nel bunker

Posted on 13 febbraio 2011

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(disegno di diegomiedo)

(da Left del 4 febbraio 2011)

Dicembre 2009. L’ambasciatore americano e Juan Carlos Varela, vicepresidente di Panama, parlano dei lavori di allargamento del canale. «Il progetto di espansione è un disastro», dice Varela. Le imprese che stanno lavorando al progetto sono in difficoltà finanziarie e il governo ha forti dubbi che completino l’opera. «In due o tre anni sarà tutto un fallimento». Pochi giorni dopo, Varela commenta l’esito della gara: «Quando uno degli offerenti fa un’ offerta che è un miliardo di dollari al di sotto del concorrente, c’è qualcosa che non va. Naturalmente spero per il meglio ma ho paura che l’amministratore del canale abbia commesso un grave errore». Una delle due imprese interessate, è leader nel settore delle costruzioni: la multinazionale Impregilo, nata in Italia, in seno al gruppo Fiat. Una gara, quella per l’espansione del canale che divide nord e sud America, vinta con un’ offerta bassissima.

1998. In Campania, durante la gestione emergenziale dei rifiuti del commissario Rastrelli, un’ associazione temporanea d’impresa, avente come mandataria la Fisia Italimpianti, vince la gara per la realizzazione e la gestione degli impianti per la chiusura del ciclo dei rifiuti. La ATI presenta un’offerta con un prezzo molto più basso rispetto alle concorrenti. Due anni dopo, durante il commissariato di Bassolino, la ATI firma il contratto creando due società, la Fibe e la Fibe Campania, per la realizzazione e la gestione degli impianti di produzione di combustibile derivato dai rifiuti (CDR) e di incenerimento del CDR con «resa energetica». Le due imprese fanno capo a un’unica società, la Impregilo. Inizia la lunga odissea dei rifiuti in Campania, un disastro che ha generato numerose indagini e filoni di inchiesta, uno dei quali si è tramutato in un processo che vede sotto accusa per truffa ai danni dello stato, frode in pubbliche forniture, falso e abuso d’ufficio gli ex vertici di Impregilo e del commissariato. Il processo, iniziato nel 2008, è fermo al primo grado. Nel 2012 giungerà la prescrizione.

Le udienze del processo Romiti si tengono nell’aula bunker di Poggioreale, con il divieto di essere registrate e filmate, nonostante si tratti processo di rilevanza nazionale. È lo stesso dibattimento a rivelarlo: durante le udienze, l’ingegner Rabitti, consulente della Procura di Napoli, ha menzionato una lettera inviata nell’ottobre del 1998 dall’allora direttore generale dell’associazione bancaria italiana, Giuseppe Zadra, al commissario straordinario Rastrelli. Nella lettera si evidenzia l’interesse di alcune banche a finanziare la realizzazione degli impianti campani, ma con precise raccomandazioni: occorre che il contributo pubblico per l’incenerimento (CIP6) sia esteso all’intero quantitativo di CDR da bruciare. E per evitare di produrne troppo poco, occorre stabilire una quantità minima di rifiuti da conferire agli impianti con l’introduzione di una penale per i comuni che, magari grazie alla raccolta differenziata, ne conferissero una minore quantità. Inoltre, raccomanda Zadra, bisogna garantire la possibilità di conservare le balle di CDR fino all’entrata in funzione dell’inceneritore, in modo da assicurare al gestore gli introiti derivanti dai finanziamenti pubblici per la vendita dell’energia prodotta. La ragione di questo interesse viene spiegata nella lettera: la gara prevista in Campania era la prima in Italia nel settore e avrebbe fornito un modello per i successivi bandi nelle altre regioni. Le richieste di Zadra, però, andavano nella direzione opposta alle raccomandazioni avanzate dal ministero dell’interno, ovvero quelle di limitare i finanziamenti alla metà del CDR da bruciare, per non pregiudicare la raccolta differenziata; e non conservare il CDR prodotto durante la costruzione dell’inceneritore ma smaltirlo fuori regione a spese della società vincitrice.

L’esito della gara è un disastro: sebbene nel bando si rispettino i paletti dell’ordinanza, le richieste di Zadra spuntano fuori durante la scrittura del contratto che prevede la possibilità di accatastare il CDR e di ottenere il CIP6 sull’intero quantitativo di rifiuti. Non solo: gli impianti sono dimensionati per trattare l’intero quantitativo di rifiuti, escludendo che si organizzi la raccolta differenziata. Più di dieci anni dopo, gli avvocati di Impregilo sostengono che sia stata proprio la mancanza della differenziata a mettere in crisi il sistema, provocando il cattivo funzionamento degli impianti. Come si spiega, allora, il sovradimensionamento degli stabilimenti destinati a produrre il CDR? Impregilo prevedeva che la differenziata non sarebbe stata realizzata? E se lo aveva previsto, costruendo giganteschi impianti per enormi quantità di rifiuti indifferenziati, perché gli avvocati basano su questo la difesa?

Questo non è l’unico punto oscuro. Resta, ad esempio, da comprendere cosa uscisse dagli impianti di selezione e lavorazione. Secondo il bando di gara i sette stabilimenti avrebbero dovuto produrre “compost fuori specifica” (derivante dalla parte organica dei rifiuti) e balle di CDR (in cui dovevano finire i materiali combustibili da bruciare nell’inceneritore di Acerra). Per essere a norma, il CDR deve rispettare alcuni parametri riguardanti i limiti per la presenza di sostanze pericolose come piombo, cromo e arsenico. Ma le analisi della Fibe presentavano risultati diversi per lo stesso campione: nel formulario interno ai laboratori i valori di alcune sostanze superavano i limiti, l’umidità era molto alta e il potere calorifero inferiore a quello stabilito. Nei fogli ufficiali, invece, il CDR risultava rispettare i parametri. Al processo, la difesa ha teso a sminuire questi dati, sostenendo la scarsa affidabilità dei tabulati, e che l’inceneritore avrebbe potuto bruciare anche materiale con caratteristiche diverse garantendo comunque la resa energetica. Nel peggiore dei casi, hanno spiegato, per aumentare la temperatura e quindi l’energia, è possibile aggiungere pneumatici al CDR da incenerire.

Bruciare copertoni, però, può salvare la resa energetica, ma non giova certo alla salute umana: Bruno Agricola, tecnico del ministero dell’Ambiente chiamato a testimoniare, ha spiegato che la valutazione di compatibilità ambientale per l’inceneritore aveva considerato l’uso di CDR a norma. Cambiandone la composizione, l’impatto ambientale  sarebbe stato diverso e diverse le conseguenze sulla popolazione limitrofa. Ma da cosa deriva la cattiva qualità del CDR degli impianti di Impregilo? La tesi dell’accusa è che Fibe abbia costruito impianti diversi dal progetto, per produrre un maggior numero di balle seppur di minor qualità. La difesa attribuisce le responsabilità ai comuni per la mancata differenziata, e al commissariato di governo per non aver garantito la realizzazione degli impianti di discarica e l’inceneritore nei tempi previsti. Ma a smentire Impregilo è stato proprio Catenacci, che davanti al giudice ha spiegato di aver eseguito immediatamente l’ordine di sgomberare il presidio e “spazzare via” i comitati, garantendo l’avvio dei lavori per l’inceneritore di Acerra. Lavori che non erano iniziati prima solo per problemi di Impregilo con le banche finanziatrici.

Quel disastroso contratto assegnava a Impregilo la scelta dei siti su cui costruire gli impianti. La località indicata si trova nel comune di Acerra e si chiama Pantano. Fibe inizia i lavori, salvo dover poi apportare sostanziali modifiche in corso d’opera: scavando per realizzare la fossa in cui i camion dovevano scaricare le balle di CDR, era stata raggiunta la falda acquifera che aveva allagato il cantiere, costringendo a sopraelevare una parte dell’impianto su una collina artificiale. Ma, hanno sostenuto gli avvocati della difesa, il ritardo nella consegna dei lavori è solo colpa dei comitati. (anna fava)

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