Appunti sulla rivolta egiziana

Posted on 11 febbraio 2011

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( foto di jános - tratta da 1000memories.com/egypt )

Una ricostruzione dettagliata, pubblicata ieri da un giovane giornalista egiziano, delle principali tappe della protesta che ha  portato oggi alle dimissioni ufficiali di Mubarak, e dei possibili scenari successivi alla caduta del suo regime.

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E’ ancora presto per considerare conclusi i tumulti tuttora in corso in Egitto, ed è difficile fornirne già un’interpretazione esaustiva, ma cercherò di mettere in evidenza alcuni aspetti per come si sono svolti i fatti finora.

Le proteste sono state affiancate fin dall’inizio da alcune specifiche richieste in ambito politico, economico e sociale. Primo: innalzamento degli stipendi minimi a milleduecento sterline egiziane (pari a centocinquanta euro) e indennità di disoccupazione. Secondo: fine dello “stato di emergenza” che ha causato la paralisi della vita politica e civile in Egitto per più di tre decadi, e rilascio di tutti i detenuti rinchiusi senza accuse provate. Terzo: scioglimento del parlamento egiziano e cambio della costituzione per limitare a due i mandati presidenziali possibili. Richieste che sono cambiate gradualmente lungo il corso delle proteste per mantenere una pressione costante sul regime; il passo successivo è stato quello di richiedere la revisione dell’intera carta costituzionale, e il controllo della magistratura sulle elezioni presidenziali. Fino a che non si è arrivati alla richiesta finale del rovesciamento di Mubarak, che è stata poi la motivazione che ha tenuto insieme la maggior parte dei dimostranti a piazza Tahrir.

L’origine delle proteste egiziane va rintracciata in area mediterranea. Il sacrificio di Mohamed Bouazizi, che si è dato fuoco in segno di protesta nella città di Sidi Bouzid, è stato il punto di innesco della grande protesta tunisina che ha rovesciato l’ormai ex presidente Ben Ali. La protesta tunisina, a sua volta, ha fatto da detonatore per il movimento egiziano del 25 gennaio. Ed è molto importante chiamarlo così, o meglio “#Jan25”, come appare scritto sul web, perchè il ruolo della comunicazione via internet è stato veramente centrale,  sebbene siano stati usati anche molti altri nomi tra cui “rivoluzione del loto”, “della collera”, e più tardi “rivoluzione Tahrir”, dal nome della piazza che vuol dire proprio liberazione. Ma non è eccessivo afermare che la rivoluzione di “#SidiBouzid” sia la sola vera genitrice di “#Jan25”, in un effetto domino che non si concluderà in Egitto.

Anche se questa rivoluzione fosse riuscita solo parzialmente sarebbe comunque un risultato senza precedenti nella storia dell’umanità, se si considera che la prima chiamata all’insurrezione era stata lanciata dalla pagina facebook “We Are All Khaled Said”. I social media sono stati uno strumento indispensabile per espandere la protesta soprattutto dopo che alcuni attivisti informatici egiziani hanno cominciato a promuovere la rivoluzione tunisina, che ha poi dimostrato di potere rompere i confini imposti dalla paura dei regimi autoritari. Internet è stato quindi un mezzo fondamentale soprattutto nelle prime fasi di diffusione delle informazioni, ad esempio per informarsi sulle varie manifestazioni in corso nelle varie città, ma la gente poi ha trovato il coraggio di scendere per strada. Perciò quando internet è stato bloccato in tutto il paese nelle prime ore di venerdì 28 gennaio, parallelamente all’oscuramento toale di tutte le linee dei telefoni cellulari, la protesta in corso non si è fermata, anzi si è rafforzata la rabbia contro il governo; perchè tutti i ‘netizen’ sono scesi in strada piuttosto che stare a controllare le novità sui loro profili online. La libera diffusione dei contenuti informatici è diventato un vero problema per i regimi totalitari in tutto il mondo, motivo per cui applicano tutti le stesse violazioni della libertà di espressione. Tutto considerato sarebbe quindi giusto definire la rivolta egiziana come la prima rivoluzione via internet della storia.

La “rivoluzione del loto”, così definita da alcuni sostenitori, ha attraversato tre fasi principali. La prima coincide con il brutale assassinio di Khaled Said ad Alessandria lo scorso giugno da parte della polizia egiziana; la seconda si è sviluppata con la rivoluzione tunisina, la terza con il ritorno in Egitto di Al Baradei, che aveva già criticato il regime di Mubarak più volte in passato, ed è riuscito a mettere insieme in poco tempo circa novecentomila firme per chiedere al regime riforme democratiche, oltre a incoraggiare molti giovani partecipanti. Il risultato è stata una mobilitazione senza precedenti, organizzata eppure senza vertici, che ha scosso all’improvviso un regime che domina il paese dal 1981. Queste tre tappe della protesta hanno però come retroscena i tredici anni in cui il generale Habib Al-Adly ha ricoperto l’incarico di ministro dell’interno: anni che hanno visto un’ascesa inarrestabile del potere della polizia e dei noti abusi, torture, arresti ingiustificati e provvedimenti contro attivisti politici, attivisti informatici e gente assolutamente comune.

Il mondo ha guardato alla nascita della protesta in Egitto seguendone lo sviluppo da vicino negli ultimi quindici giorni, e in particolare:

– il “giorno della rabbia”, martedì 25 gennaio: il “riscaldamento” delle proteste, nella giornata in cui si celebrava la festa nazionale della polizia. Manganelli, idranti e lacrimogeni hanno fornito le immagini più popolari della giornata.

– Il “venerdì della rabbia”, 28 gennaio. La giornata inizia con un oscuramento totale delle comunicazioni, sia via internet che telefoniche. I manifestanti usano una nuova tattica che prevede dimostrazioni simultanee in molte aree diverse, che distrae la polizia spingendola a ritirarsi verso le sei del pomeriggio, lasicando indietro uno stato di caos totale, prima che scendano in campo i militari e che venga annunciato il coprifuoco notturno. Cortei al Cairo, Suez, Alessandria e in molte altre province. Mubarak pronuncia il suo primo discorso pubblico dall’inizio delle proteste. Si registrano pesanti atti di vandalismo, che non hanno niente a che fare con i manifestanti. Diversi spezzoni delle proteste al Cairo si raduneranno più tardi in quello che diventerà il punto centrale della protesta:  piazza Tahrir. Molti soffrono ancora degli effetti dei lacrimogeni lanciati durante la giornata dalla polizia, poi misteriosamente scomparsa. In Egitto prima di quel giorno c’era un modo di dire molto frequente, per chiunque avesse perso qualcosa, che suona più o meno come “cerca con la polizia!”; dopo quel giorno è stato cambiato in “cerca la polizia!”.

– Martedì primo febbraio, milioni in marcia. È stato davvero uno dei momenti più rivoluzionari nella piazza. Centinaia di migliaia di persone riunite a cantare, scherzare, ridere e condividere storie ed esperienze. Nel pomeriggio c’è stato il secondo discorso di Mubarak. I neo-nati gruppi locali prendono il controllo del paese, e diminuiscono i casi di saccheggi e di assalti che avevano avuto un’impennata negli ultimi due giorni.

– Battaglia di Tahrir, mercoledì 2 febbraio – una giornata di sangue nella piazza. Gli eventi prendono una nuova piega nel momento in cui i sostenitori di Mubarak, che appaiono per la prima volta ispirati dal suo discorso del giorno precedente, insieme a quelli che sono stati più volte indicati come criminali e teppisti assoldati dal regime, attaccano i manifestanti. Il numero dei dimostranti pacifici anti-Mubarak è di gran lunga superiore, ma la controparte arriva con cavalli e cammelli, armati di spade, fruste, pietre, coltelli, e secondo alcuni testimoni persino molotov. Aòòa fine della giornata si contano otto morti e decine di feriti tra i manifestanti.

– Il “venerdì della partenza”, 4 febbraio: “il popolo vuole rovesciare il regime” è lo slogan più diffuso nelle manifestazioni. Anche su youtube un video, visto da centinaia di migliaia di utenti, ha mostrato la folla che canta in piazza accompagnata da una banda. Una giornata apparentemente tranquilla.

– “Domenica dei martiri”, 6 febbraio. Inni cristiani e preghiere musulmane vanno di pari passo nella piazza per rendere onore ai martiri della protesta, trecento almeno, oltre ai sei che si sono dati fuoco, tredici poliziotti e migliaia di feriti.

– Lunedì 7 febbraio. Wael Ghonim, dirigente di Google Egypt, blogger e amministratore della pagina “We Are All Khalid Said” scoppia in lacrime durante una trasmissione su un canale satellitare dopo aver visto le vittime della protesta. Wael è stato appena rilasciato dopo essere stato trattenuto in carcere per nove giorni. Secondo alcuni le lacrime di Wael potrebbero essere considerate un altro punto di svolta per la protesta.

– Mercoledì 9 febbraio: una veglia al lume di candela per onorare chi è morto durante gli scontri. Piazza Tahrir sembra ora una sorta di Hyde Park egiziano, e si parla già di un festival a cadenza annuale per celebrare la rivoluzione.

Giovedì 10 febbraio: le proteste riprendono a crescere in tutto il paese dopo una sorta di pausa nei giorni precedenti. I momenti tranquilli sono passati, e il ciclone della protesta irrompe ancora una volta in tutte le città.

– Venerdì 11 febbraio: indetta una nuova marcia di milioni di persone.

Il mio striscione durante la prima marcia che ha visto in strada milioni di persone era “Siamo in Egitto, non in Iran”. L’Islam politico è la forza trainante che sta dietro ad alcuni dei più terribili attacchi terroristici della storia dell’umanità, ed è anche il nucleo portante di stati come l’Iran e gruppi come Qa’ida, Taliba, Hezbollah, Hamas, i Fratelli Mussulmani. Una versione sunnita dell’Iran trapiantata in Egitto è la mia paura più grande, considerando la popolarità dei Fratelli Mussulmani in Egitto, per non parlare delle loro capacità organizzative e finanziarie che hanno origine nel 1928 e che hanno spianato la strada alla costituzione di gruppi terroristici come Al-Gama’a al-Islamiyya and Al Takfir Wal Hijra. Non si tratta di sola propaganda dei media occidentali, è una realtà. Sono sicuro che i Fratelli Mussulmani non prenderanno il controllo non appena scemerà l’attuale protesta? Sono sicuro che non priveranno nuovamente la gente di un sistema elettorale democratico nel caso in cui prendano effettivamente il controllo? No, non lo sono; la storia ha mostrato che queste sono possibilità concrete. Tuttavia credo che i giovani qui in Egitto o in Tunisia siano consapevoli di questi rischi – non tutti, ma una percentuale significativa.

Credo che il successo di queste proteste finora sia stato indubbiamente quello di riuscire a raggiungere una serie di risultati fondamentali che non erano stati mai stati messi in discussi in Egitto nel corso degli ultimi sessant’anni. Il regime è stato costretto a sacrificare molti volti noti, abbiamo guadagnato alcune riforme e promesse, e il resto può essere raggiunto tramite negoziazioni. Uno degli obiettivi principali dev’essere quello di riguadagnare una stabilità economica, rimettendo in moto anche il lavoro e le produzioni interrotte durante le proteste. Un’altro punto importante da considerare è che l’opposizione politica è molto fragile al momento, dopo quasi sessant’anni di oppressione del regime militare, e non credo siano pronti a prendere il potere, neanche per un periodo di transizione. Gli elettori inoltre non hanno fiducia in nessuno di loro, perciò la priorità è quella di fare un passo avanti verso una riforma democratica chiedendo una nuova costituzione ed elezioni presidenziali giuste e imparziali a settembre, sotto il controllo della magistratura ed eventualmente sotto la supervisione di istituzioni internazionali, mentre prenderemo il tempo necessario per decidere chi merita il nostro voto. Che rimanga al potere Mubarak o Omar Suleiman non fa molta differenza, dal momento che appartengono allo stesso regime. Vale la pena aspettare. Ho protestato anch’io in strada fino al primo febbraio, poi ho cominciato a pensare alla possibilità di negoziare, perchè l’opposizione deve poter fare un passo avanti verso un vero dialogo con il governo dopo sessant’anni di mutismo – ora o mai più. Questa è la mia opinione, ma non della maggioranza dei manifestanti a piazza Tahrir.

Sono deciso in ogni caso a scommettere su queste nuove “#rivoluzioni” del 2011 che stanno irrompendo in tutta la regione e che ricordano quelle che nel 1989 portarono alla dissoluzione dell’USSR. La Tunisia, l’Egitto, lo Yemen, la Giordania e gli altri non riprodurranno l’Iran di Khomeini, una delle più famose rivoluzioni dell’ultimo secolo, che ha prodotto un regime forse ancora più corrotto e totalitario di quello pre-rivoluzionario. Le rivoluzioni via internet sono diverse, perchè i giovani che le hanno promosse sono molto consapevoli dei rischi che un nuovo stato islamico nella regione rappresenterebbe sia per le libertà individuali e per le minoranze che per i rapporti tra la regione e il resto del mondo.  (ahmed zidan – caporedattore di mideastyouth.com e di crowdvoice – traduzione e adattamento viola sarnelli)

E’ ancora presto per considerare conclusi i tumulti tuttora in corso in Egitto, ed è difficile fornirne già un’interpretazione esaustiva, ma cercherò di mettere in evidenza alcuni aspetti per come si sono svolti i fatti finora.

Le proteste sono state affiancate fin dall’inizio da alcune specifiche richieste in ambito politico, economico e sociale. Primo: innalzamento della paga minima a milleduecento sterline egiziane (pari a centocinquanta euro) e possibilità per chi non lavora di ottenere indennità di disoccupazione. Secondo: fine dello “stato di emergenza” che ha causato una paralisi di lungo periodo alla vita politica e civile in Egitto per più di tre decadi, e rilascio di tutti i detenuti rinchiusi senza accuse precise. Terzo: scioglimento del parlamento egiziano e cambio della costituzione per limitare a due i mandati presidenziali possibili. Richieste che sono cambiate gradualmente lungo il corso delle proteste per mantenere una pressione sul regime; il passo successivo era stato richiedere la revisione dell’intera carta costituzionale, e la supervisione della magistratura sulle elezioni presidenziali. Fino a che non si è arrivati alla richiesta finale di un periodo di transizione e del rovesciamento di Mubarak, che è stata poi la motivazione che ha tenuto insieme la maggior parte dei dimostranti a piazza Tahrir.

L’origine delle proteste egiziane va rintracciata in area mediterranea. Il sacrificio di Mohamed Bouazizi, che si è dato fuoco in segno di protesta nella città di Sidi Bouzid, è stato il punto di innesco della grande protesta tunisina che ha rovesciato l’ormai ex presidente Ben Ali. La protesta tunisina, a sua volta, ha fatto da detonatore per il movimento egiziano del 25 gennaio. Ed è molto importante chiamarlo così, o meglio “#Jan25”, come appare scritto sul web, perchè è stato determinato completamente dalle comunicazioni via internet, sebbene siano stati usati anche molti altri nomi tra cui “rivoluzione del loto”, “della collera”, e più tardi “rivoluzione Tahrir”, dal nome della piazza che vuol dire proprio liberazione. Ma non è eccessivo afermare che la rivoluzione di “#SidiBouzid” sia la sola vera genitrice di “#Jan25”, in un effetto domino che non si concluderà in Egitto.

Anche se questa rivoluzione fosse riuscita solo parzialmente sarebbe comunque un risultato senza precedenti nella storia dell’umanità, se si considera che la prima chiamata all’insurrezione era stata lanciata dalla pagina facebook “We Are All Khaled Said”. I social media sono stati uno strumento indispensabile per espandere la protesta soprattutto dopo che alcuni attivisti informatici egiziani hanno cominciato a promuovere la rivoluzione tunisina, che ha poi dimostrato di potere rompere i confini imposti dalla paura dei regimi autoritari. Internet è stato quindi un mezzo fondamentale soprattutto nelle prime fasi di diffusione delle informazioni, ad esempio per informarsi sulle varie manifestazioni in corso nelle varie città, ma la gente poi ha trovato il coraggio di scendere per strada. Perciò quando internet è stato bloccato in tutto il paese nelle prime ore di venerdì 28 gennaio, parallelamente all’oscuramento toale di tutte le linee dei telefoni cellulari, la protesta in corso non si è fermata, anzi si è rafforzata la rabbia contro il governo; perchè tutti i ‘netizen’ sono scesi in strada piuttosto che stare a controllare le novità sui loro profili online. La libera diffusione dei contenuti informatici è diventato un vero problema per i regimi totalitari in tutto il mondo, motivo per cui emulano tutti le stesse violazioni della libertà di espressione. Tutto considerato sarebbe quindi giusto definire la rivolta egiziana come la prima rivoluzione via internet della storia.

La “rivoluzione del loto”, così definita da alcuni sostenitori, ha attraversato tre fasi principali. La prima coincide con il brutale assassinio di Khaled Said ad Alessandria lo scorso giugno da parte della polizia egiziana; la seconda si è sviluppata con la rivoluzione tunisina, la terza con il ritorno in Egitto di Al Baradei, che aveva già criticato più volte il regime di Mubarak più volte in passato, ed è riuscito a mettere insieme in poco tempo circa novecentomila firme per chiedere al regime riforme democratiche, oltre a incoraggiare e ispirare molti giovani partecipanti. Il risultato è stata una mobilitazione senza precedenti, organizzata eppure senza vertici, che ha fatto sobbalzare un regime che domina il paese dal 1981. Queste tre tappe della protesta si basano però su almeno tredici anni di retroscena, il periodo in cui il generale Habib Al-Adly ha ricoperto l’incarico di ministro dell’interno: anni che hanno visto un’ascesa inarrestabile del potere della polizia e dei noti abusi, torture, arresti ingiustificati e provvedimenti contro attivisti politici, attivisti informatici e gente assolutamente comune.

Il mondo ha guardato alla nascita della protesta in Egitto seguendone lo sviluppo da vicino negli ultimi quindici giorni, e in particolare:

– il “giorno della rabbia”, martedì 25 gennaio: il “riscaldamento” delle proteste, nella giornata in cui si celebrava la festa nazionale della polizia. Manganelli, idranti e lacrimogeni hanno fornito le immagini più popolari della giornata.

    – Il “venerdì della rabbia”, 28 gennaio. La giornata inizia con un oscuramento totale delle comunicazioni, sia via internet che telefoniche. I manifestanti usano una nuova tattica che prevede dimostrazioni simultanee in molte aree diverse, che distrae la polizia spingendola a ritirarsi verso le sei del pomeriggio, lasicando indietro uno stato di caos totale, prima che scendano in campo i militari e che venga annunciato il coprifuoco notturno.Cortei al Cairo, Suez, Alessandria e in molte altre province. Mubarak pronuncia il suo primo discorso pubblico dall’inizio delle proteste. Si registrano molti pesanti atti di vandalismo, che non hanno niente a che fare con i manifestanti. Diversi spezzoni delle proteste al Cairo si raduneranno più tardi in quello che diventerà il punto centrale della protesta – piazza Tahrir. Molti soffrono ancora degli effetti dei lacrimogeni lanciati durante la giornata dalla polizia, poi misteriosamente scomparsa. In Egitto prima di quel giorno c’era un modo di dire molto frequente, per chiunque avesse perso qualcosa, che suona più o meno come “cerca con la polizia!”; dopo quel giorno è stato cambiato in “cerca la polizia!”.

    – Martedì primo febbraio, milioni in marcia. È stato davvero uno dei momenti più grandiosi dell’insurrezione nella piazza. Centinaia di migliaia di persone riunite a cantare, scherzare, ridere e condividere storie ed esperienze. Nel pomeriggio c’è stato il secondo discorso di Mubarak. I neo-nati gruppi locali prendono il controllo del paese, e diminuiscono i casi di saccheggi e di assalti che avevano avuto un’impennata negli ultimi due giorni.

– Battaglia di Tahrir, mercoledì 2 febbraio – una giornata di sangue nella piazza. Gli eventi prendono una nuova piega nel momento in cui i sostenitori di Mubarak, che appaiono per la prima volta ispirati dal suo discorso del giorno precedente, insieme a quelli che sono stati più volte indicati come criminali e teppisti assoldati dal regime, attaccano i manifestanti. Il numero dei dimostranti pacifici anti-Mubarak è di gran lunga superiore, ma la controparte arriva con cavalli e cammelli, armati di spade, fruste, pietre, coltelli, e secondo alcuni testimoni persino molotov. Aòòa fine della giornata si contano otto morti e decine di feriti tra i manifestanti.

– Il “venerdì della partenza”, 4 febbraio: “il popolo vuole rovesciare il regime” è lo slogan più diffuso nelle manifestazioni. Anche su youtube un video, visto da centinaia di migliaia di utenti, ha mostrato la folla che canta in piazza accompagnata da una banda. Una giornata apparentemente tranquilla.

– “Domenica dei martiri”, 6 febbraio. Inni cristiani e preghiere musulmane vanno di pari passo nella piazza per rendere onore ai martiri della protesta, trecento almeno, oltre ai sei che si sono dati fuoco, tredici poliziotti e migliaia di feriti.

– Lunedì 7 febbraio. Wael Ghonim, dirigente di Google Egypt, blogger e amministratore della pagina “We Are All Khalid Said” scoppia in lacrime durante una trasmissione su un canale satellitare dopo aver visto le vittime della protesta. Wael è stato appena rilasciato dopo essere stato trattenuto in carcere per nove giorni. Secondo alcuni le lacrime di Wael potrebbero essere considerate un altro punto di svolta per la protesta.

– Mercoledì 9 febbraio: una veglia al lume di candela per onorare chi è morto durante gli scontri. Piazza Tahrir sembra ora una sorta di Hyde Park egiziano, e si parla già di un festival a cadenza annuale per celebrare la rivoluzione.

– Giovedì 10 febbraio: le proteste riprendono a crescere in tutto il paese dopo una sorta di pausa nei giorni precedenti. I momenti tranquilli sono passati, e il ciclone della protesta irrompe ancora una volta in tutte le città.

– Venerdì 11 febbraio: indetta una nuova marcia di milioni di persone.


Il mio striscione durante la prima marcia che ha visto in strada milioni di persone era “Siamo in Egitto, non in Iran”. L’Islam politico è la forza trainante che sta dietro ad alcuni dei più terribili attacchi terroristici della storia dell’umanità, ed è anche il nucleo portante di stati come l’Iran e gruppi come Qa’ida, Taliba, Hezbollah, Hamas, i Fratelli Mussulmani. Una versione sunnita dell’Iran trapiantata in Egitto è la mia paura più grande, considerando la popolarità dei Fratelli Mussulmani in Egitto, per non parlare delle loro capacità organizzative e finanziarie che hanno origine nel 1928 e che hanno spianato la strada alla costituzione di gruppi terroristici come Al-Gama’a al-Islamiyya and Al Takfir Wal Hijra. Non si tratta di sola propaganda dei media occidentali, è una realtà. Sono sicuro che i Fratelli Mussulmani non prenderanno il controllo non appena scemerà l’attuale protesta? Sono sicuro che non priveranno nuovamente la gente di un sistema elettorale democratico nel caso in cui prendano effettivamente il controllo? No, non sono sicuro; la storia ha mostrato molte di queste possibilità.Tuttavia credo che i giovani qui in Egitto o in Tunisia siano consapevoli di questi rischi – non tutti, ma una percentuale significativa.


Sebbene Mubarak non si sia ancora fatto indietro, a differenza della Tunisia, credo che il successo di queste proteste finora sia stato indubbiamente quello di riuscire a raggiungere una serie di risultati fondamentali che non erano stati discussi in Egitto per gli ultimi sessant’anni. Il regime è stato costretto a sacrificare molti volti noti, abbiamo guadagnato alcune riforme e promesse, e il resto può essere raggiunto tramite negoziazioni. Uno degli obiettivi principali dev’essere quello di riguadagnare una stabilità economica, rimettendo in moto anche il lavoro e le produzioni interrotte durante le proteste. Un’altro punto importante da considerare, che potrebbe spingere a considerare l’ipotesi di negoziare, è che l’opposizione politica è molto fragile al momento, dopo quasi sessant’anni di oppressione del regime militare, e non credo siano pronti a prendere il potere, neanche per un periodo di transizione. Gli elettori inoltre non hanno fiducia in nessuno di loro, perciò la priorità è quella di fare un passo avanti verso una riforma democratica chiedendo una nuova costituzione ed elezioni presidenziali giuste e imparziali a settembre, sotto il controllo della magistratura ed eventualmente sotto la supervisione di istituzioni internazionali, mentre prenderemo il tempo necessario per decidere chi merita il nostro voto. Che rimanga al potere Mubarak o Omar Suleiman non fa molta differenza, dal momento che appartengono allo stesso regime. Vale la pena aspettare. Ho protestato anch’io in strada fino al primo febbraio, poi ho deciso di fermarmi e ho cominciato a pensare alla possibilità di negoziare, perchè ora o mai più l’opposizione può fare un passo avanti verso un vero dialogo con il governo dopo sessant’anni di mutismo. Questa è la mia opinione, ma non della maggioranza dei manifestanti a piazza Tahrir.


Sono deciso in ogni caso a scommettere su questa nuova linea di “#rivoluzioni” del 2011 che stanno irrompendo in tutta la regione. Credo che ricordino quelle che nel 1989 portarono alla dissoluzione dell’USSR. La Tunisia, l’Egitto, lo Yemen, la Giordania e gli altri non riprodurranno l’Iran di Khomeini, una delle più famose rivoluzioni dell’ultimo secolo, che ha prodotto un regime forse ancora più corrotto e totalitario di quello pre-rivoluzionario. Le rivoluzioni via internet sono diverse, perchè i giovani che le hanno promosse sono molto consapevoli dei rischi che un nuovo stato islamico nella regione rappresenterebbe sia per le libertà individuali e per le minoranze che per i rapporti tra la regione e il resto del mondo. È qui che siamo chiamati a intervenire come intellettuali, per analizzare, scrivere, spiegare e dibattere con il grande pubblico, che sia in Tunisia, Egitto o qualsiasi altro paese della regione, sugli equilibri democratici fragili e sui rischi dell’Islam politico. Continuate a seguirci su CrowdVoice e su Mideast Youth. (ahmed zidan – redattore di mideastyouth.com)

E’ ancora presto per considerare conclusi i tumulti tuttora in corso in Egitto, ed è difficile fornirne già un’interpretazione esaustiva, ma cercherò di mettere in evidenza alcuni aspetti per come si sono svolti i fatti finora.

Le proteste sono state affiancate fin dall’inizio da alcune specifiche richieste in ambito politico, economico e sociale. Primo: innalzamento della paga minima a milleduecento sterline egiziane (pari a centocinquanta euro) e possibilità per chi non lavora di ottenere indennità di disoccupazione. Secondo: fine dello “stato di emergenza” che ha causato una paralisi di lungo periodo alla vita politica e civile in Egitto per più di tre decadi, e rilascio di tutti i detenuti rinchiusi senza accuse precise. Terzo: scioglimento del parlamento egiziano e cambio della costituzione per limitare a due i mandati presidenziali possibili. Richieste che sono cambiate gradualmente lungo il corso delle proteste per mantenere una pressione sul regime; il passo successivo era stato richiedere la revisione dell’intera carta costituzionale, e la supervisione della magistratura sulle elezioni presidenziali. Fino a che non si è arrivati alla richiesta finale di un periodo di transizione e del rovesciamento di Mubarak, che è stata poi la motivazione che ha tenuto insieme la maggior parte dei dimostranti a piazza Tahrir.

L’origine delle proteste egiziane va rintracciata in area mediterranea. Il sacrificio di Mohamed Bouazizi, che si è dato fuoco in segno di protesta nella città di Sidi Bouzid, è stato il punto di innesco della grande protesta tunisina che ha rovesciato l’ormai ex presidente Ben Ali. La protesta tunisina, a sua volta, ha fatto da detonatore per il movimento egiziano del 25 gennaio. Ed è molto importante chiamarlo così, o meglio “#Jan25”, come appare scritto sul web, perchè è stato determinato completamente dalle comunicazioni via internet, sebbene siano stati usati anche molti altri nomi tra cui “rivoluzione del loto”, “della collera”, e più tardi “rivoluzione Tahrir”, dal nome della piazza che vuol dire proprio liberazione. Ma non è eccessivo afermare che la rivoluzione di “#SidiBouzid” sia la sola vera genitrice di “#Jan25”, in un effetto domino che non si concluderà in Egitto.

Anche se questa rivoluzione fosse riuscita solo parzialmente sarebbe comunque un risultato senza precedenti nella storia dell’umanità, se si considera che la prima chiamata all’insurrezione era stata lanciata dalla pagina facebook “We Are All Khaled Said”. I social media sono stati uno strumento indispensabile per espandere la protesta soprattutto dopo che alcuni attivisti informatici egiziani hanno cominciato a promuovere la rivoluzione tunisina, che ha poi dimostrato di potere rompere i confini imposti dalla paura dei regimi autoritari. Internet è stato quindi un mezzo fondamentale soprattutto nelle prime fasi di diffusione delle informazioni, ad esempio per informarsi sulle varie manifestazioni in corso nelle varie città, ma la gente poi ha trovato il coraggio di scendere per strada. Perciò quando internet è stato bloccato in tutto il paese nelle prime ore di venerdì 28 gennaio, parallelamente all’oscuramento toale di tutte le linee dei telefoni cellulari, la protesta in corso non si è fermata, anzi si è rafforzata la rabbia contro il governo; perchè tutti i ‘netizen’ sono scesi in strada piuttosto che stare a controllare le novità sui loro profili online. La libera diffusione dei contenuti informatici è diventato un vero problema per i regimi totalitari in tutto il mondo, motivo per cui emulano tutti le stesse violazioni della libertà di espressione. Tutto considerato sarebbe quindi giusto definire la rivolta egiziana come la prima rivoluzione via internet della storia.

La “rivoluzione del loto”, così definita da alcuni sostenitori, ha attraversato tre fasi principali. La prima coincide con il brutale assassinio di Khaled Said ad Alessandria lo scorso giugno da parte della polizia egiziana; la seconda si è sviluppata con la rivoluzione tunisina, la terza con il ritorno in Egitto di Al Baradei, che aveva già criticato più volte il regime di Mubarak più volte in passato, ed è riuscito a mettere insieme in poco tempo circa novecentomila firme per chiedere al regime riforme democratiche, oltre a incoraggiare e ispirare molti giovani partecipanti. Il risultato è stata una mobilitazione senza precedenti, organizzata eppure senza vertici, che ha fatto sobbalzare un regime che domina il paese dal 1981. Queste tre tappe della protesta si basano però su almeno tredici anni di retroscena, il periodo in cui il generale Habib Al-Adly ha ricoperto l’incarico di ministro dell’interno: anni che hanno visto un’ascesa inarrestabile del potere della polizia e dei noti abusi, torture, arresti ingiustificati e provvedimenti contro attivisti politici, attivisti informatici e gente assolutamente comune.

Il mondo ha guardato alla nascita della protesta in Egitto seguendone lo sviluppo da vicino negli ultimi quindici giorni, e in particolare:

– il “giorno della rabbia”, martedì 25 gennaio: il “riscaldamento” delle proteste, nella giornata in cui si celebrava la festa nazionale della polizia. Manganelli, idranti e lacrimogeni hanno fornito le immagini più popolari della giornata.

– Il “venerdì della rabbia”, 28 gennaio. La giornata inizia con un oscuramento totale delle comunicazioni, sia via internet che telefoniche. I manifestanti usano una nuova tattica che prevede dimostrazioni simultanee in molte aree diverse, che distrae la polizia spingendola a ritirarsi verso le sei del pomeriggio, lasicando indietro uno stato di caos totale, prima che scendano in campo i militari e che venga annunciato il coprifuoco notturno.Cortei al Cairo, Suez, Alessandria e in molte altre province. Mubarak pronuncia il suo primo discorso pubblico dall’inizio delle proteste. Si registrano molti pesanti atti di vandalismo, che non hanno niente a che fare con i manifestanti. Diversi spezzoni delle proteste al Cairo si raduneranno più tardi in quello che diventerà il punto centrale della protesta – piazza Tahrir. Molti soffrono ancora degli effetti dei lacrimogeni lanciati durante la giornata dalla polizia, poi misteriosamente scomparsa. In Egitto prima di quel giorno c’era un modo di dire molto frequente, per chiunque avesse perso qualcosa, che suona più o meno come “cerca con la polizia!”; dopo quel giorno è stato cambiato in “cerca la polizia!”.

– Martedì primo febbraio, milioni in marcia. È stato davvero uno dei momenti più grandiosi dell’insurrezione nella piazza. Centinaia di migliaia di persone riunite a cantare, scherzare, ridere e condividere storie ed esperienze. Nel pomeriggio c’è stato il secondo discorso di Mubarak. I neo-nati gruppi locali prendono il controllo del paese, e diminuiscono i casi di saccheggi e di assalti che avevano avuto un’impennata negli ultimi due giorni.

– Battaglia di Tahrir, mercoledì 2 febbraio – una giornata di sangue nella piazza. Gli eventi prendono una nuova piega nel momento in cui i sostenitori di Mubarak, che appaiono per la prima volta ispirati dal suo discorso del giorno precedente, insieme a quelli che sono stati più volte indicati come criminali e teppisti assoldati dal regime, attaccano i manifestanti. Il numero dei dimostranti pacifici anti-Mubarak è di gran lunga superiore, ma la controparte arriva con cavalli e cammelli, armati di spade, fruste, pietre, coltelli, e secondo alcuni testimoni persino molotov. Aòòa fine della giornata si contano otto morti e decine di feriti tra i manifestanti.

– Il “venerdì della partenza”, 4 febbraio: “il popolo vuole rovesciare il regime” è lo slogan più diffuso nelle manifestazioni. Anche su youtube un video, visto da centinaia di migliaia di utenti, ha mostrato la folla che canta in piazza accompagnata da una banda. Una giornata apparentemente tranquilla.

– “Domenica dei martiri”, 6 febbraio. Inni cristiani e preghiere musulmane vanno di pari passo nella piazza per rendere onore ai martiri della protesta, trecento almeno, oltre ai sei che si sono dati fuoco, tredici poliziotti e migliaia di feriti.

– Lunedì 7 febbraio. Wael Ghonim, dirigente di Google Egypt, blogger e amministratore della pagina “We Are All Khalid Said” scoppia in lacrime durante una trasmissione su un canale satellitare dopo aver visto le vittime della protesta. Wael è stato appena rilasciato dopo essere stato trattenuto in carcere per nove giorni. Secondo alcuni le lacrime di Wael potrebbero essere considerate un altro punto di svolta per la protesta.

– Mercoledì 9 febbraio: una veglia al lume di candela per onorare chi è morto durante gli scontri. Piazza Tahrir sembra ora una sorta di Hyde Park egiziano, e si parla già di un festival a cadenza annuale per celebrare la rivoluzione.

– Giovedì 10 febbraio: le proteste riprendono a crescere in tutto il paese dopo una sorta di pausa nei giorni precedenti. I momenti tranquilli sono passati, e il ciclone della protesta irrompe ancora una volta in tutte le città.

– Venerdì 11 febbraio: indetta una nuova marcia di milioni di persone.

Il mio striscione durante la prima marcia che ha visto in strada milioni di persone era “Siamo in Egitto, non in Iran”. L’Islam politico è la forza trainante che sta dietro ad alcuni dei più terribili attacchi terroristici della storia dell’umanità, ed è anche il nucleo portante di stati come l’Iran e gruppi come Qa’ida, Taliba, Hezbollah, Hamas, i Fratelli Mussulmani. Una versione sunnita dell’Iran trapiantata in Egitto è la mia paura più grande, considerando la popolarità dei Fratelli Mussulmani in Egitto, per non parlare delle loro capacità organizzative e finanziarie che hanno origine nel 1928 e che hanno spianato la strada alla costituzione di gruppi terroristici come Al-Gama’a al-Islamiyya and Al Takfir Wal Hijra. Non si tratta di sola propaganda dei media occidentali, è una realtà. Sono sicuro che i Fratelli Mussulmani non prenderanno il controllo non appena scemerà l’attuale protesta? Sono sicuro che non priveranno nuovamente la gente di un sistema elettorale democratico nel caso in cui prendano effettivamente il controllo? No, non sono sicuro; la storia ha mostrato molte di queste possibilità.Tuttavia credo che i giovani qui in Egitto o in Tunisia siano consapevoli di questi rischi – non tutti, ma una percentuale significativa.

Sebbene Mubarak non si sia ancora fatto indietro, a differenza della Tunisia, credo che il successo di queste proteste finora sia stato indubbiamente quello di riuscire a raggiungere una serie di risultati fondamentali che non erano stati discussi in Egitto per gli ultimi sessant’anni. Il regime è stato costretto a sacrificare molti volti noti, abbiamo guadagnato alcune riforme e promesse, e il resto può essere raggiunto tramite negoziazioni. Uno degli obiettivi principali dev’essere quello di riguadagnare una stabilità economica, rimettendo in moto anche il lavoro e le produzioni interrotte durante le proteste. Un’altro punto importante da considerare, che potrebbe spingere a considerare l’ipotesi di negoziare, è che l’opposizione politica è molto fragile al momento, dopo quasi sessant’anni di oppressione del regime militare, e non credo siano pronti a prendere il potere, neanche per un periodo di transizione. Gli elettori inoltre non hanno fiducia in nessuno di loro, perciò la priorità è quella di fare un passo avanti verso una riforma democratica chiedendo una nuova costituzione ed elezioni presidenziali giuste e imparziali a settembre, sotto il controllo della magistratura ed eventualmente sotto la supervisione di istituzioni internazionali, mentre prenderemo il tempo necessario per decidere chi merita il nostro voto. Che rimanga al potere Mubarak o Omar Suleiman non fa molta differenza, dal momento che appartengono allo stesso regime. Vale la pena aspettare. Ho protestato anch’io in strada fino al primo febbraio, poi ho deciso di fermarmi e ho cominciato a pensare alla possibilità di negoziare, perchè ora o mai più l’opposizione può fare un passo avanti verso un vero dialogo con il governo dopo sessant’anni di mutismo. Questa è la mia opinione, ma non della maggioranza dei manifestanti a piazza Tahrir.

Sono deciso in ogni caso a scommettere su questa nuova linea di “#rivoluzioni” del 2011 che stanno irrompendo in tutta la regione. Credo che ricordino quelle che nel 1989 portarono alla dissoluzione dell’USSR. La Tunisia, l’Egitto, lo Yemen, la Giordania e gli altri non riprodurranno l’Iran di Khomeini, una delle più famose rivoluzioni dell’ultimo secolo, che ha prodotto un regime forse ancora più corrotto e totalitario di quello pre-rivoluzionario. Le rivoluzioni via internet sono diverse, perchè i giovani che le hanno promosse sono molto consapevoli dei rischi che un nuovo stato islamico nella regione rappresenterebbe sia per le libertà individuali e per le minoranze che per i rapporti tra la regione e il resto del mondo. È qui che siamo chiamati a intervenire come intellettuali, per analizzare, scrivere, spiegare e dibattere con il grande pubblico, che sia in Tunisia, Egitto o qualsiasi altro paese della regione, sugli equilibri democratici fragili e sui rischi dell’Islam politico. Continuate a seguirci su CrowdVoice e su Mideast Youth. (ahmed zidan – redattore di mideastyouth.com)

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